Lasciare una storia

Mi è venuto in mente durante l’ultimo saggio di danza di mia sorella, a cui ho assistito ieri. Lo spettacolo era a tema Walt Disney ed era strutturato in modo da dare una carrellata delle più famose storie Disney.

Proprio questo susseguirsi di vicende, questo aprirsi e chiudersi di storie, mi ha fatto venire in mente la strana (quanto rara) sensazione che si ha quando si deve lasciare una storia per viverne un altra.

Come spiegarlo? Questa sensazione si vive molto frequentemente anche negli Rpg, o in particolari giochi d’avventura¹, ma il miglior esempio che mi viene in mente sono le avventure di “Le tre gemelle e una strega” che ero solito vedere da piccolo.

Le tre gemelle entrano in una storia, su cui influiscono, in cui rendono possibile un lieto fine. Vivono delle vere e proprie storie, altre vite, altre trame, con altri personaggi. Poi però, lieto fine o meno, il mondo che hanno creato lo devono lasciare, con i personaggi a cui si sono affezionate.

Loro tornano a casa in ogni caso, la storia, niente più forse che una fantasia, va però avanti, per conto suo. E’ così che immagino la vita, e quella immagino sia la sensazione con cui si abbandona questa magnifica storia.

Quello che facciamo in questo mondo, il bene, il male… niente importerà più alla fine, ma è nostra responsabilitಠvivere nel miglior modo possibile, fare in modo che la storia abbia un lieto fine.

Lasciamo semplicemente la storia a se stessa, una situazione che può piacerci o no, una situazione che come individui (come protagonisti!) abbiamo contribuito a creare.

Torniamo a casa, alla fine. Rimarrà qualcosa?

Note:

¹Quelli con trama variabile, o sottotrame… la storia la finisci in ogni caso, anche senza, ma decidi tu se rischiare la tua vita per salvare un dato personaggio, decidi tu se fare felice un determinato personaggio non giocante, migliorando così il mondo in cui la storia si svolge. Cosa resta, alla fine? Ok, a parte l’aver completato il gioco al 100% e passato piacevolmente qualche ora in più? Cosa resta, a parte questo? La soddisfazione di aver reso quel nostro mondo fantastico migliore. Cosa resta quando si arriva all’inevitabile finale? Ecco, quella è la sensazione che intendo.
La differenza è che noi giochiamo con la vita (nostra e degli altri), agiamo al massimo livello possibile.

²Mi ricorda una corrente filosofica di cui mi ha parlato una volta mio padre, leggendo ad alta voce uno dei rari libri a cui si dedica: La vita non ha alcun senso di per se, non c’è nessun Dio, nessun ideale di Bene, siamo noi che le diamo un senso, un significato. Come idea è molto interessante.

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