Riflessione sul nostro piccolo mondo e sul bisogno di giustificazioni per voler bene

Eccomi qui, di nuovo, a provare a scrivere. Riflessione stupida di cui non sono neanche completamente convinto. Ma scriverla mi ha fatto riflettere… magari vale la pena di pubblicare. Via.

La vita, di suo, non è difficile. In fondo, basta respirare.

È però complicata, ingiusta, a volte, rispetto ai nostri desideri. Si respira. Per dire la nostra, per fare la nostra parte, per correre, lavorare. Dare un senso ai nostri respiri è fin troppo semplice, basta darsi degli obiettivi. Validi o meno. Possiamo continuare a percorrere la strada su cui siamo stati posti fin dall’infanzia, vivendo per le sfide e per i suoi obiettivi. È coinvolgente abbastanza.

Chi deve cambiare strada, però… è l’essenziale che cerca. Un essenziale in cui rifugiarsi. Obiettivi da costruire.
Gli uomini non sono complicati, una volta spogliati di quello che hanno, di quello che fanno. Prendete un uomo, mettetelo in un altra città, senza contatti con il passato. Inizierà a costruirsi il suo piccolo mondo.
Ecco, sulla base di che? Di quello che gli serve. Può combattere ambiziosamente per se stesso, per raggiungere i suoi obiettivi. Ma l’unica cosa di cui ha bisogno, un uomo in un mondo freddo, quello per cui combatte, non è altro che affetto. Che sentirsi apprezzati, utili.

Puro e semplice Affetto, si connoti come si voglia, l’Amore. Quello, sì, su cui diciamo in momenti di particolare follia o indottrinamento si basi il mondo. È quello secondo me per cui l’uomo agisce, e quindi, in sostanza… sì, passatemela, è quello su cui si basa il mondo.
Svincoliamo però adesso il termine da quello che è l’amore dei sensi, ci vuole poco. Ecco, chiamiamolo di nuovo affetto. L’uomo non si riduce a puro istinto sessuale, è capace di voler bene, per definizione. Quando si ama, non è per soddisfare dei bisogni fisici. È qualcosa che, ci dice il nostro orgoglio, deve andare oltre. Si può amare, quindi, si può volere bene, provare affetto, indipendentemente dai sensi. Vi rimando ad un post che ho molto apprezzato: l’amore è eretico.

Si può volere bene, fuori dalle ipocrisie, alle persone che compongono il Nostro Mondo. Persone, obiettivi, di cui ci importa. Amici o avversi. La nostra vita, piccola. E il nostro mondo, piccolo, limitato, come noi. Il mondo, con tutte le fantastiche persone dentro, quello grande, grosso e blu. È il pianoforte di Dio. Noi semplicemente non ci siamo tagliati.

Ci ritagliamo, agendo, un nostro piccolo spazio, un nostro piccolo mondo. Anche solo questo, però, ha un peso enorme sulle nostre spalle, sulla nostra vita. Più vedi il mondo, meno lo conosci. Chi passa la vita girando il mondo non può portarsi in valigia più affetti di quanti ne coltivi un contadino nel suo fazzoletto di terra. Il nostro mondo è piccolo a prescindere. Più cerchiamo di accrescerlo in un senso, più si riduce in un altro. E il resto del mondo, le migliaia di persone ogni giorno in metropolitana, la nostra anima gemella dall’altra parte del mondo… Tagliati fuori, li tagliamo fuori. Dal nostro mondo, dalla nostra vita. Perduti.

E nella vita c’è davvero poco, ce ne sono davvero poche, di Persone che possiamo permetterci di perdere. Ognuna un mondo a sé, ognuna un infinito di possibilità.
La vita ce ne preclude molte, di persone interessanti. E altrettante ne scartiamo noi, dalla nostra selezione.

Ne serve di fede per accettare di vivere così, di perdere così tanto… Fede in un Dio, in un destino, o nella legge universale che ho appreso da un bel libro e riporto qui:

Vivi come ti senti di vivere, fai quello che senti di dover fare. Sii unicamente quello che sei, che vuoi essere. E avrai vicino, per attrazione universale, le persone da cui puoi imparare e che possono imparare da te.

Torniamo alla piccola porzione del mondo alla portata della nostra mano. Torniamo al nostro agire, con l’affetto, come abbiamo detto, come fine delle nostre azioni. Come fine, quindi, le persone stesse.
L’idea che mi sto facendo è che non sia così semplice. Far entrare una persona nel nostro mondo. Semplicemente volerle bene… È un privilegio questo, che è concesso solo e soltato all’amore sensuale, che non necessita di altra giustificazione. Volere bene è una cosa complicata… si può dire che in fondo.

Puoi volere bene una persona. Solo
Se è lì, nel tuo mondo
Esclusivamente
Come
Mezzo.

Tutte le persone a noi intorno, come mezzo per raggiungere i nostri obiettivi. Per superare ostacoli sulla nostra solita strada. Per esplorarne un cantuccio buio. Persone come mezzo anche per raggiungere l’amore, per amare, per essere amati. Come è un mezzo anche l’amicizia.

Per fortuna, alla fine, a questi non più estranei, a queste persone intese come mezzi ci si affeziona…
L’affetto, l’amore esiste. E pur se semplice in sé, in questo mondo, almeno, deve essere giustificato. E poi, se è veramente forte, se è veramente una scelta, diventa indipendente, incondizionato.

Certo, nulla ti vieta di fermarla, una persona interessante, per strada, e cercare di attaccare bottone. Però… beh…
Lancio un altro spunto: (Uma Thurman in Pulp Fiction)

I silenzi che mettono a disagio… Perchè sentiamo la necessita’ di chiaccherare di puttanate, per sentirci a nostro agio? E’ solo allora che sai di aver trovato qualcuno di davvero speciale, quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace.

La questione è simile, credo… almeno come principio. Lascio a voi.

Questo post lo pubblico nonostante i suoi punti deboli. Sennò, beh, non scriverei più.

Riferimenti (e ringraziamenti):

Il progetto Mosaic e idee su un “Personal Expression System”

Voglio presentarvi un progetto su cui lavoro, di codice e di fantasia, da molto tempo: un applicazione web di nome Mosaic. Credo sia un progetto valido, e qualcosa di complessivamente nuovo. Qualcosa di così grande, però, non posso realizzarla da solo. Chiedo quindi aiuto a voi della blogosfera per idee (serve qualcuno che possa inquadrare la cosa da altri punti di vista), grafica e codice (che rilascerò sotto licenza open). Il sistema è già funzionante, seppur con un minimo di funzionalità.

Scrivo quindi qui sotto lo scopo, le varie caratteristiche ed i principi su cui si basa Mosaic.

Scopo

Fornire all’utente un modo di esprimersi in modo completo, quanto più svincolato possibile da schemi esistenti, ed integrato con le altre risorse del web. Esistono molte applicazioni web, ma nessuna centra esattamente il punto. Mosaic non vuole essere semplicemente un sistema di pubblicazione come lo sono i blog o i microblog. Vuole essere un sistema con cui l’utente può riflettere online il suo mondo: Post, Link, Citazioni. Non un pubblicare, quindi, ma più semplicemente un aggiungere al proprio profilo.

Screenshot di Mosaic

Screenshot di Mosaic. Potete cliccarci su per accedere alla provvisorissima versione online

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Sull’essere speciali

Basta poco a spiazzarmi: canzoni, poesie… persone care.
Questa meraviglia l’ho trovata su di un libro del mio adorato Gianni Rodari, cercando storie a caso fra I Cinque Libri per esercitarmi nella lettura ad alta voce.

Io so la storia dell’uomo piú bravo del mondo ma non so se vi piacerà. Ve la racconto lo stesso?
Ve lo racconto.
Si chiamava Primo, e fin da piccolo aveva deciso: – Primo di nome e di fatto. Sarò sempre il primo in tutto.
E invece era sempre l’ultimo: era l’ultimo ad aver paura, l’ultimo a scappare, l’ultimo a dir bugie, l’ultimo a far cattiverie, ma così l’ultimo che cattiverie non ne faceva per niente.
I suoi amici erano tutti primi in qualche cosa. Uno era il primo ladro della città, l’altro il primo prepotente del quartiere, un terzo il primo sciocco del casamento. E lui invece era sempre l’ultimo a dire sciocchezze, e quando veniva il suo turno di dirne una stava zitto.
Era l’uomo piú bravo del mondo ma fu l’ultimo a saperlo. Cosí ultimo, che non lo sapeva per niente.

E tutti i nostri sforzi per essere speciali? Dove vanno a finire?

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Lasciare una storia

Mi è venuto in mente durante l’ultimo saggio di danza di mia sorella, a cui ho assistito ieri. Lo spettacolo era a tema Walt Disney ed era strutturato in modo da dare una carrellata delle più famose storie Disney.

Proprio questo susseguirsi di vicende, questo aprirsi e chiudersi di storie, mi ha fatto venire in mente la strana (quanto rara) sensazione che si ha quando si deve lasciare una storia per viverne un altra.

Come spiegarlo? Questa sensazione si vive molto frequentemente anche negli Rpg, o in particolari giochi d’avventura¹, ma il miglior esempio che mi viene in mente sono le avventure di “Le tre gemelle e una strega” che ero solito vedere da piccolo.

Le tre gemelle entrano in una storia, su cui influiscono, in cui rendono possibile un lieto fine. Vivono delle vere e proprie storie, altre vite, altre trame, con altri personaggi. Poi però, lieto fine o meno, il mondo che hanno creato lo devono lasciare, con i personaggi a cui si sono affezionate.

Loro tornano a casa in ogni caso, la storia, niente più forse che una fantasia, va però avanti, per conto suo. E’ così che immagino la vita, e quella immagino sia la sensazione con cui si abbandona questa magnifica storia.

Quello che facciamo in questo mondo, il bene, il male… niente importerà più alla fine, ma è nostra responsabilitಠvivere nel miglior modo possibile, fare in modo che la storia abbia un lieto fine.

Lasciamo semplicemente la storia a se stessa, una situazione che può piacerci o no, una situazione che come individui (come protagonisti!) abbiamo contribuito a creare.

Torniamo a casa, alla fine. Rimarrà qualcosa?

Note:

¹Quelli con trama variabile, o sottotrame… la storia la finisci in ogni caso, anche senza, ma decidi tu se rischiare la tua vita per salvare un dato personaggio, decidi tu se fare felice un determinato personaggio non giocante, migliorando così il mondo in cui la storia si svolge. Cosa resta, alla fine? Ok, a parte l’aver completato il gioco al 100% e passato piacevolmente qualche ora in più? Cosa resta, a parte questo? La soddisfazione di aver reso quel nostro mondo fantastico migliore. Cosa resta quando si arriva all’inevitabile finale? Ecco, quella è la sensazione che intendo.
La differenza è che noi giochiamo con la vita (nostra e degli altri), agiamo al massimo livello possibile.

²Mi ricorda una corrente filosofica di cui mi ha parlato una volta mio padre, leggendo ad alta voce uno dei rari libri a cui si dedica: La vita non ha alcun senso di per se, non c’è nessun Dio, nessun ideale di Bene, siamo noi che le diamo un senso, un significato. Come idea è molto interessante.

Potere, effetto e posto

Ecco il primo post della categoria “Piccole riflessioni”, che raccolgo qui, per quanto siano stupide, dato che altrove andrebbero perdute. (beh, il mio blog è qui per esprimere me, e io sono tutt’altro che vuoto).

La riflessione (del tutto teorica* e ipotetica) mi viene ora dallo splendido “I dolori del giovane Werther” di Goethe

Oh, così mortale è l’uomo che anche la dove egli ha la vera certezza del suo essere, là dove produce  l’unico effetto vero della sua presenza, anche nella memoria, nel cuore dei suoi cari, deve perire, sparire, e così presto!

ecco qui… vivere, esistere, significa produrre un effetto nel mondo esterno. Il potere, per l’uomo, è il fondamento di tutto.

E’ il poter fare, è il poter agire, è il poter avere una parte, è il poter rendere felici gli altri che ci rende vivi. Null’altro. E null’altro ci rende felici.

Non c’è niente peggio della noia per l’uomo. L’uomo ha bisogno, diceva Pascal, di distrarsi dalla riflessione sui veri problemi della vita, che gli vengono dalla sua disperata condizione di essere imperfetto. Per questo l’uomo ha bisogno di agire.

Sono d’accordo solo fino ad un certo punto. L’uomo non ha bisogno di distrazione per non riflettere, l’uomo ha bisogno di sentirsi utile, di sentirsi vivo! Perché l’unico modo di affrontare la vita è quella di “viverla al massimo”, di viverla al meglio. Non un solo attimo deve essere sprecato. (Le grandi riflessioni sulla vita non portano a niente, la vita va vissuta, stop)

Il tempo dedicato al divertimento è dunque sprecato? Non per noi stessi, il divertimento, anche quando collegato a qualcosa di completamente inutile e controproduttiva, è qualcosa che sentiamo utile, qualcosa che ci permette di tenere buono, scendendo a patti, quel nostro Io che noi stessi ci creiamo e di cui ci crediamo schiavi.

You’re a slave to your mind
But you are not your mind
You are not your pain
Say it again

L’unico motivo per cui tolleriamo il divertimento è perché è una concessione che facciamo a noi stessi nella vana paura di collassare, nessuno può vivere di solo divertimento.

Ho parlato di divertimento inutile (se non a placare noi stessi)… definiamolo: le attività non lavorative unicamente fine a se stesse e senza alcun effetto su di noi o sull’esterno. Non mi vengono molti esempi in proposito: videogiochi e televisione. Le 2 forme d’arte di cui è più facile abusare, che più sono inclini a prendere il nostro tempo (sprecandolo come fa la noia) senza lasciarci niente.

L’arte, invece, molte volte, è tutt’altro che inutile: pittura, lettura, scrittura, musica, cinema, videogiochi (a volte), sono tutte forme in grado di affinare la nostra sensibilità, di trasmetterci valori, innescare riflessioni, renderci critici o creativi. L’arte è senza dubbio il miglior modo, dopo l’esperienza diretta con le persone giuste, di migliorare, arricchire noi stessi.

Sempre nell’ambito delle attività non inerenti al lavoro (che ha la mera, ma nobile, funzione di mantenerci in vita). Le relazioni sociali hanno una grandissima importanza. Agiamo sugli altri, viviamo davvero influenzando al massimo livello il mondo che ci circonda, e impariamo davvero da coloro che ci stanno vicino (sempre circondarsi di persone da cui possiamo imparare e che possono imparare da noi).

Ritornando alla citazione: l’unico vero effetto della nostra presenza (e quindi l’unica cosa che determina se viviamo davvero) è negli altri, nei loro cuori, nella loro memoria.

La citazione parla anche di un dove. E mi sembra solo adesso di capire la frase (che spesso si sente nei film) “Il tuo posto (non)è qui”.

Viaggiare, avere nostalgia… (un altra canzone che mi non posso non citare e che entra a pieno merito nella riflessione)

Io mi ci perdo nelle citazioni…

Quindi continuo…

No, non continuo. Avevo preso il Piccolo Principe per trarne una citazione, ma leggendo il passo completo viene fuori una riflessione molto più grande di quella che volevo fare. “Ma questo è un’altro post…”

*Quando si è nella mia età si continua a sfornare in continuazione teorie sulla vita (questa frase ne è un esempio)