Critica a Facebook

Vi sarete accorti, cari (grazie Paola:) lettori, che ho lasciato twitter, per mancanza di tempo, e poco dopo ho disattivato il mio account su Facebook, per altri motivi. Forse li usavo più come “sistemi di espressione personale“, ma mi piacevano perché a volte, oltre il rumore di fondo, girano idee, la gente crea contenuti, esprime opinioni, o condivide roba stimolante. Eppure, usando questi social, ho trovato una serie di motivazioni che mi hanno portato a disattivare il mio account.

Per iniziare: è facile, usando questi sistemi, rinunciare a forme di comunicazione più diretta, che però costituiscono molti di quei “riti” su cui si fondano i rapporti sociali. Un esempio banale: leggendo i messaggi di stato dei nostri amici ci priviamo della possibilità di cercarli per chiedere loro come stanno, mostrare loro interessamento.

Allo stesso modo, anche raccontare ha molti più significati del semplice far sapere. Quando raccontiamo ad una persona di noi, dei nostri pensieri, ci “scarichiamo” su di lei, la rendiamo parte di noi, partecipe di quello che ci succede. Le diamo una parte attiva nella nostra vita, perché la investiamo di un ruolo (anche solo chiedendole un parere), e la rendiamo in questo modo significativa per noi. È molto diverso rispetto a quando scriviamo qualcosa in bacheca: mettiamo i nostri pensieri a disposizione di tutti, senza rivolgerci a nessuno, ma comunque sperando che i nostri amici per caso leggano il post e magari commentino.

È diverso in primo luogo per il “mettere a disposizione”: non stai mostrando qualcosa ad un amico, e non gli stai chiedendo un’opinione. Inoltre, nella maggior parte dei casi, la speranza è quella che i nostri amici, o uno dei tanti contatti su facebook commenti quello che abbiamo scritto. I post, però, non richiedono una risposta; non sono fatti per quello, e, malgrado le notifiche, i tuoi amici leggeranno il tuo post soltanto per caso.

Allo stesso modo, è facile perderci qualcosa dei nostri amici, che invece vorremmo sapere (non farci sfuggire neanche una notizia su facebook, in un certo senso, diventa un nostro dovere). Magari anche loro si aspettano che qualcuno legga e commenti il loro post. Ed è facile così venire a sapere soltanto “pezzetti” di vita dei nostri amici: possiamo venire a sapere che un amico è stato lasciato dalla ragazza quando non sapevamo neanche fosse fidanzato; davvero siamo partecipi della sua vita, così? Raccontarsi via Facebook è un sistema che semplicemente non funziona. Vale la pena di stare al gioco per poter essere letti da un maggior numero di persone?

Riflettendoci, non mi interessa così tanto che quello che scrivo venga letto da tutti i miei contatti, per la maggior parte semi-sconosciuti. Preferisco essere un buon amico, anche solo per poche persone; e magari sentire alcuni amici più lontani che sentirli come amici a metà: non voglio esserci solo quando leggo i loro post su facebook, e non voglio nemmeno essere un semplice spettatore.

Non mi piace poi leggere i dettagli delle vite di persone che praticamente non conosco, o che comunque non mi racconterebbero quello che finisco per leggere… Insomma, io che c’entro con le loro vite? Magari è qualcosa che non sopporto per timidezza, come non riesco a guardare foto di sconosciuti senza l’impulso di cambiare subito pagina; o magari è così per tutti, ed è semplicemente triste sapere così tanto di vite in cui non hai nessuna parte, leggere belle notizie da gente così sconosciuta che non ti puoi neanche complimentare, trovarti ad approfittare di qualcosa vagamente in nei tuoi interessi (musica, per esempio) per dare una tua opinione. Sono stanco dei semi-sconosciuti: la gente a cui ho permesso di essere dentro la mia vita, la voglio salutare, quando la vedo!

Le chat hanno problemi simili, quella di facebook in particolare. In parte c’è dannatamente più distanza: io lo voglio il mio sacrosanto diritto di offendermi quando la gente non risponde al saluto o ad una mail! In parte è una questione di ipocrisia: un tempo ti interessavi ai tuoi conoscenti quando li incontravi in giro. Scambiavi un saluto, anche solo quello, per poi scappare via dopo una manciata di secondi. Le liste di contatti in linea hanno cambiato la situazione: c’è un mare di gente, più o meno conosciuta, sempre a tua disposizione. Soltanto, in quel momento, non hai il tempo di contattarla (neanche un saluto), e rimandi alla prossima volta. Finché ci sono persone che non senti più da una vita e non sai perché, vecchi amici o persone che avevi aggiunto e ti eri ripromesso di conoscere. Alla fine, forse, puoi riuscire a trovare il tempo per sentire un po’ di gente, ma interessarsi agli amici diventa subordinato al tempo libero, quasi un passatempo. Per non contare che, quando hai voglia di sentire una persona, ti ritrovi ad aspettare che si connetta. Gli sms forse non sono tanto il male assoluto come pensavo.

Ultimo motivo: I social network sono una valvola di sfogo tanto efficace quanto odiosa. Tanta gente usa i messaggi personali di msn, o i post in bacheca, per lamentarsi. È qualcosa di profondamente sbagliato. Da parte mia credo che il non poter più pensare “ora scrivo su facebook che mando il mondo a farsi friggere” (non lo farei mai, comunque) sia qualcosa di positivo :)

In conclusione, credo di aver fatto tutte queste critiche perché Facebook, come internet in generale, sta cambiando tanto la nostra società da rendere difficile il costruirsi dei rapporti sociali “come dovrebbero essere secondo la mentalità che c’è stata fino ad ora”. Facebook non è affatto il male, anzi, apre un mare di possibilità, è un grande punto di incontro, e uno strumento formidabile anche per restare in contatto con centinaia di conoscenti. Tuttavia, credo che a conti fatti tolga più di quello che dà. Certo, si può sempre usare Facebook solo per alcune cose, e non tutti lo usano male, o sono incapaci come me nel gestirlo. Ma, per gli usi che non ho criticato, a questo punto preferisco sostenere le care vecchie mail… posso perdermi qualcosa, o la gente può non trovarmi sottomano quando si ricorda di me. Tanto meglio.

Nonostante tutte queste critiche strutturali ai social, non è escluso che un giorno possa riiscrivermi. Magari potrò averne un’impressione diversa. Ma per ora sto troppo semplicemente bene senza

Per quanto riguarda il raccontarsi “indirettamente”, permettetemi di dire che i blog sono tutta un’altra cosa. Per me sono un posto dove mettere riflessioni, e per buttare giù e raccogliere quanto più possibile di mio. Sono un mezzo molto lento, non si sostituiscono alla comunicazione diretta. E anche i contenuti sono diversi: scrivendo un post si astrae per forza la realtà: non parliamo solo di cosa è successo, ma di idee e di sensazioni. Queste sono valide per tutti! e il lettore ha un ruolo attivo anche solo perché legge e riflette. E poi, la prima cosa che faccio appena finito il post è segnalarlo ai miei amici in cerca delle loro impressioni! :)

P.S. Se siete curiosi, circa due anni fa, avevo scoperto twitter da poco, ho scritto un post in merito ai social network affermando un po’ l’esatto contrario (capita :) e soffermandomi su alcuni aspetti positivi. Lo trovate qui: http://vigliag.wordpress.com/2008/11/07/il-social-web-e-la-societa-moderna/

Recensione: L’Ombra del Vento – Carlos Ruiz Zafón

L’ombra del vento è un libro che ho letto con piacere e mi ha lasciato un’impressione molto positiva.

Il romanzo si presenta sin dalle prime pagine decisamente ben scritto, e la lettura è resa particolarmente scorrevole e piacevole mediante un sapiente uso di riferimenti e metafore.

La storia è raccontata in prima persona dall’adolescente Daniel Sempere, che nei primi capitoli possiamo letteralmente veder crescere in una Barcellona profondamente segnata dagli sconvolgimenti della guerra civile.

La vicenda ha origine da un libro intitolato “L’Ombra del Vento”, trovato per caso da Daniel nel Cimitero dei libri dimenticati, da cui il giovane rimane tanto colpito da decidere di mettersi alla ricerca di informazioni sull’autore – sconosciuto – e dei suoi altri libri.
Daniel si imbatte in un mistero. I libri che riportano il nome di Juliàn Carax, infatti, sono praticamente introvabili; complice anche un certo Laìn Coubert (un nome che nel romanzo di Carax è attribuito niente meno che al diavolo), intenzionato a bruciare ogni copia dei romanzi dello sconosciuto autore.

Per Daniel, la ricerca di informazioni su Carax sarà ben più di un passatempo. La sua vita di adolescente, i suoi rapporti, le sue amicizie si costruiranno, infatti, senza che sia lui a volerlo, intorno a questo difficile e molto presto pericoloso compito.

Benché il romanzo sia decisamente incentrato su di un intrigante ed oscuro passato, la narrazione si mantiene sempre coinvolgente, ed i ritmi serrati. Nonostante la presenza di diversi “frammenti” di passato, questi sono ben congegnati, ed inseriti con maestria, in modo da risultare appassionanti e addirittura (per i loro risvolti sul presente) mantenere viva l’azione, anziché disperderla. I colpi di scena della storia che si ricostruirà man mano suppliscono anche ad una certa linearità della trama principale.

I personaggi sono caratterizzati con maestria. Il lettore può immergersi in questi, capire i loro sentimenti, i motivi delle loro azioni, riflettere sulle loro vite. Queste, infatti, non scadono mai nel patetico o nel comico, risultando, al contrario, persino verosimili, e spesse volte tragiche. Gli avvenimenti vengono tutti giustificati grazie ad un’ambientazione storica più che convincente. Tutte queste caratteristiche rendono il romanzo molto solido.

Degni di appunto, come già accennato, sono i riferimenti, gli aforismi, e le battute dei personaggi, che permeano piacevolmente il romanzo e rendono alcuni personaggi, come Fermìn, con i suoi consigli sentimentali, difficilmente dimenticabili.
L’atmosfera del romanzo, benché certamente non allegra, si mantiene grazie a questi su toni non troppo scuri.

L’Ombra del Vento è un bel libro, ben scritto, capace di farci divertire, immedesimare nei personaggi, e di tenerci sempre col fiato sospeso man mano che ci si addentra nell’intreccio.

Voto: 4/5 stelle anobiiane :)

Sull’amicizia

Ho pensato, tempo fa, in uno dei miei momenti sentimentali (per cui non scoppiate a ridere u.u) che non voglio che i miei sentimenti mi sfuggano di mano, per i casini che combino, come mi comporto, o roba del genere. Voglio e credo che i sentimenti siano qualcosa a priori, devono esserlo per avere un senso! Per questo motivo su quello che sento sono pronto a giurare. Mi sono accorto che volere bene è più complicato di quel che sembrava. Non serve a niente volere bene, essere amici soltanto a parole, giusto? Questi sentimenti “a priori” hanno davvero un senso?

Alla fine di un post che avevo scritto, chiedevo ai miei amici di aiutarmi loro, di prendere da me quello che vogliono, fare di me un amico, nelle mie possibilità.
Penso adesso che forse è questo il bello dell’amicizia, se si ha bisogno di qualcosa non serve che chiedere, se si vuole sentire qualcuno basta chiamarlo. (aspettare si connetta su msn è la cosa più sbagliata si possa fare).

Io sono qui, pronto a scocciare se ho voglia di sentire un amico o una persona cara, e prego questa persona di scocciarmi a sua volta, qualora avesse voglia.

Credo sia questa l’amicizia. E non per forza questa si perde non frequentando una persona. Perché credo si possa dire … sì, che un amico in fondo è un non-nemico, ma anche una persona non indifferente, non un estraneo.

Un amico è una persona dalla tua parte, disponibile per qualsiasi tua voglia di lui (oddio quanto sembra sconcio detto così! XD). Potete star certi che questo sarò io per voi, pochi amici miei, prendetela come una promessa.

L’amicizia però può anche essere vissuta, fino a dare un senso al nostro tempo, un tempo che è piacevole e fruttuoso solo perché passato insieme agli amici.

Se essere un amico è quindi essere disponibile “a scocciare ed essere scocciato”, il vivere l’amicizia è il trascinarsi l’un l’altro. È prendere un amico, una persona disponibile e dalla nostra parte, e “trascinarlo” secondo le nostre voglie, secondo i nostri desideri, facendolo partecipe di quelli e della nostra vita. E nel trascinarsi a vicenda, nel trovare interessi in comune e nel soddisfare i desideri degli altri si ha la frequentazione, e con questa il bel tempo passato insieme.

Questo implica che:

  • Un amico è un tesoro (ok, ok, non è implicato, ma diciamolo sottinteso XD)
  • Con gli amici si può passare il tempo e dare a questo un senso, come anche divertirsi solo in nome dell’amicizia. (Stesso vale per l’amore ?)
  • Contano molto i desideri! Sono quelli che ti fanno vivere, sono quelli che ti trascinano e che ti permettono di trascinare gli altri.

Viva quindi il comportarsi da “ragazzina capricciosa”, viva quindi i desideri! Credo il modo migliore di vivere sia secondo le proprie passioni e la propria fantasia.

Natale 2009

Questo è il primo Natale che passo da agnostico, ovvero il primo in cui non provo neanche a capire la cosìddetta magia Natalizia.

Qualche mese fa ho deciso che nessuno può impormi una concezione del bene non mia, né dirmi come comportarmi, né può farmi sentire in colpa o un ipocrita per come la penso. Per questo motivo ho smesso di considerarmi Cattolico, e anziché costringermi a trovare un senso, ad ammirare ogni parola che ci hanno tramandato le scritture, ho deciso di riflettere per conto mio.

Quest’anno vedo quindi il Natale in un altro modo… diciamo in modo più “utilitaristico”.

Natale, con tutte le sue contraddizioni, credo sia un periodo fondamentale all’interno dell’anno e della nostra vita. È quel periodo in cui, soprattutto, ci ricordiamo degli altri e ci ricordiamo che la nostra vita è di più del quotidiano, che dobbiamo avere delle “spinte verticali”, mirare a vivere bene, a migliorare noi stessi. È un ancora di salvezza contro la routine quotidiana, e l’unica festa che, seppur via canali ipocriti, ci ricorda che nella vita ci sono delle cose davvero importanti, che non bisogna perdere, non bisogna dimenticare.
Il Natale, no, non è il periodo in cui si è tutti più buoni, è il periodo in cui ci si ricorda delle cose veramente importanti. Non c’è magia se non quella che creiamo noi, non c’è amore se non quello che diamo agli altri. Perché Natale è un occasione per dimostrare il nostro affetto alle persone che vogliamo bene, per affermare che è importante l’affetto, anche al di là del mero tempo che siamo spinti da altri interessi a vivere insieme agli altri.

Quindi, strana gente, cari amici, compagni di classe, amichevoli conoscenti assortiti, vi voglio bene. E ve lo dico con tutta la sincerità che posso mettere in queste parole. Per il resto, ovviamente ci siete voi, potete prendere benissimo questa mail e ricattarmi o usarla per estorcere favori :P
Ok, no. Vi voglio bene, punto.
E a coloro che mi stanno seriamente sulle palle (me si pensa o no se nominarli…) non offrirò una mano guantata. Non posso che porgervi i miei auguri e sperare che le cose tra noi vadano meglio.

Ok… ora cerchiamo di recuperare rapidamente il classico clima natalizio che mi pare nelle ultime righe… XD

Auguro un Buon Natale quindi a tutti voi, intendendo con questi auguri:
Delle giornate felici e serene nelle quali possiate ritrovare i vostri cari e i vostri sentimenti più sinceri.

Gabriele Viglianisi

Riflessione sul nostro piccolo mondo e sul bisogno di giustificazioni per voler bene

Eccomi qui, di nuovo, a provare a scrivere. Riflessione stupida di cui non sono neanche completamente convinto. Ma scriverla mi ha fatto riflettere… magari vale la pena di pubblicare. Via.

La vita, di suo, non è difficile. In fondo, basta respirare.

È però complicata, ingiusta, a volte, rispetto ai nostri desideri. Si respira. Per dire la nostra, per fare la nostra parte, per correre, lavorare. Dare un senso ai nostri respiri è fin troppo semplice, basta darsi degli obiettivi. Validi o meno. Possiamo continuare a percorrere la strada su cui siamo stati posti fin dall’infanzia, vivendo per le sfide e per i suoi obiettivi. È coinvolgente abbastanza.

Chi deve cambiare strada, però… è l’essenziale che cerca. Un essenziale in cui rifugiarsi. Obiettivi da costruire.
Gli uomini non sono complicati, una volta spogliati di quello che hanno, di quello che fanno. Prendete un uomo, mettetelo in un altra città, senza contatti con il passato. Inizierà a costruirsi il suo piccolo mondo.
Ecco, sulla base di che? Di quello che gli serve. Può combattere ambiziosamente per se stesso, per raggiungere i suoi obiettivi. Ma l’unica cosa di cui ha bisogno, un uomo in un mondo freddo, quello per cui combatte, non è altro che affetto. Che sentirsi apprezzati, utili.

Puro e semplice Affetto, si connoti come si voglia, l’Amore. Quello, sì, su cui diciamo in momenti di particolare follia o indottrinamento si basi il mondo. È quello secondo me per cui l’uomo agisce, e quindi, in sostanza… sì, passatemela, è quello su cui si basa il mondo.
Svincoliamo però adesso il termine da quello che è l’amore dei sensi, ci vuole poco. Ecco, chiamiamolo di nuovo affetto. L’uomo non si riduce a puro istinto sessuale, è capace di voler bene, per definizione. Quando si ama, non è per soddisfare dei bisogni fisici. È qualcosa che, ci dice il nostro orgoglio, deve andare oltre. Si può amare, quindi, si può volere bene, provare affetto, indipendentemente dai sensi. Vi rimando ad un post che ho molto apprezzato: l’amore è eretico.

Si può volere bene, fuori dalle ipocrisie, alle persone che compongono il Nostro Mondo. Persone, obiettivi, di cui ci importa. Amici o avversi. La nostra vita, piccola. E il nostro mondo, piccolo, limitato, come noi. Il mondo, con tutte le fantastiche persone dentro, quello grande, grosso e blu. È il pianoforte di Dio. Noi semplicemente non ci siamo tagliati.

Ci ritagliamo, agendo, un nostro piccolo spazio, un nostro piccolo mondo. Anche solo questo, però, ha un peso enorme sulle nostre spalle, sulla nostra vita. Più vedi il mondo, meno lo conosci. Chi passa la vita girando il mondo non può portarsi in valigia più affetti di quanti ne coltivi un contadino nel suo fazzoletto di terra. Il nostro mondo è piccolo a prescindere. Più cerchiamo di accrescerlo in un senso, più si riduce in un altro. E il resto del mondo, le migliaia di persone ogni giorno in metropolitana, la nostra anima gemella dall’altra parte del mondo… Tagliati fuori, li tagliamo fuori. Dal nostro mondo, dalla nostra vita. Perduti.

E nella vita c’è davvero poco, ce ne sono davvero poche, di Persone che possiamo permetterci di perdere. Ognuna un mondo a sé, ognuna un infinito di possibilità.
La vita ce ne preclude molte, di persone interessanti. E altrettante ne scartiamo noi, dalla nostra selezione.

Ne serve di fede per accettare di vivere così, di perdere così tanto… Fede in un Dio, in un destino, o nella legge universale che ho appreso da un bel libro e riporto qui:

Vivi come ti senti di vivere, fai quello che senti di dover fare. Sii unicamente quello che sei, che vuoi essere. E avrai vicino, per attrazione universale, le persone da cui puoi imparare e che possono imparare da te.

Torniamo alla piccola porzione del mondo alla portata della nostra mano. Torniamo al nostro agire, con l’affetto, come abbiamo detto, come fine delle nostre azioni. Come fine, quindi, le persone stesse.
L’idea che mi sto facendo è che non sia così semplice. Far entrare una persona nel nostro mondo. Semplicemente volerle bene… È un privilegio questo, che è concesso solo e soltato all’amore sensuale, che non necessita di altra giustificazione. Volere bene è una cosa complicata… si può dire che in fondo.

Puoi volere bene una persona. Solo
Se è lì, nel tuo mondo
Esclusivamente
Come
Mezzo.

Tutte le persone a noi intorno, come mezzo per raggiungere i nostri obiettivi. Per superare ostacoli sulla nostra solita strada. Per esplorarne un cantuccio buio. Persone come mezzo anche per raggiungere l’amore, per amare, per essere amati. Come è un mezzo anche l’amicizia.

Per fortuna, alla fine, a questi non più estranei, a queste persone intese come mezzi ci si affeziona…
L’affetto, l’amore esiste. E pur se semplice in sé, in questo mondo, almeno, deve essere giustificato. E poi, se è veramente forte, se è veramente una scelta, diventa indipendente, incondizionato.

Certo, nulla ti vieta di fermarla, una persona interessante, per strada, e cercare di attaccare bottone. Però… beh…
Lancio un altro spunto: (Uma Thurman in Pulp Fiction)

I silenzi che mettono a disagio… Perchè sentiamo la necessita’ di chiaccherare di puttanate, per sentirci a nostro agio? E’ solo allora che sai di aver trovato qualcuno di davvero speciale, quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace.

La questione è simile, credo… almeno come principio. Lascio a voi.

Questo post lo pubblico nonostante i suoi punti deboli. Sennò, beh, non scriverei più.

Riferimenti (e ringraziamenti):

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